Storia di migranti e di emigrati quella dell’uomo. Anche questo aspetto del viaggiare, dello spostarsi e dell’adattarsi, accomuna l’uomo e la vite. C’è chi è partito, ma anche chi è tornato. Come il bisnonno Santo, che rientrato dall’Argentina ha ampliato verso la metà dell’Ottocento le vecchie vigne di famiglia su quella terrazza sul Mar Ionio chiamata Milo.

Sul versante sud – est dell’Etna dove il Carricante si esprime “superiore” Eredi di Maio continuano a scrivere la storia della tradizione coltivata, successivamente, dal nonno Alfio.
Un patrimonio custode di un racconto proiettato verso il futuro. Una piccola produzione, neanche tremila bottiglie (addirittura la metà per l’ultima annata a causa della grandine poco prima della vendemmia) dalle grandi potenzialità.

Luca Patanè è uno dei giovani “eredi” al quale si è chiesto il valore di questa eredità, le prospettive del territorio, il legame con la vigna, e l’incontro con il maestro enologo Federico Curtaz.

Luca, eredi di chi e di cosa?

Siamo eredi dei vigneti e di quell’amore per la terra che ci ha tramandato il nonno Alfio. Lui ha potato le vigne come se fossero i suoi nipoti, noi. Siamo eredi di un modo di intendere la vigna, e condividere la natura. Mio nonno le ha, a sua volta, ereditate dal bisnonno Santo. Quelle di Caselle e Rinazzo che risalgono all’Ottocento. Le altre che si sono accorpate in seguito sono invece della nonna. L’età delle viti varia da quelle più vecchie, ultracentenarie, a quelle più giovani.

Quando nasce l’idea?

Il brand nasce nel 2018 con la prima annata dell’Etna Bianco Superiore Affiu (blend di sei vigne di quattro contrade differenti, da quelle più basse a quelle più alte).
Il vino lo abbiamo a lui dedicato perché è stato colui che ci ha lasciato la vigna in buonissime condizioni, non abbandonata, e ci ha permesso di partire quasi subito con l’idea di imbottigliare con una nostra etichetta.

Il territorio di Milo è piccolo, le vigne vecchie sono poche, e noi abbiamo la fortuna di coltivare quasi un ettaro di queste. Siamo eredi di vigne perfettamente coltivate. Prima di questa idea abbiamo sempre avuto cura delle uve che abbiamo conferito negli anni prima a Benanti e Tenute di Fessina.

Come avete conosciuto Federico Curtaz?

Quando io ero piccolo ricordo Curtaz, a Tenute di Fessina, fu affascinato dai racconti di mio zio Santo. Fu sorpreso e colpito dal fatto che mio zio si era accorto dopo tempo del valore di quella vigna ereditata. Da questo aneddoto nasce il nome del vino in sua collaborazione “Kudos”. Kudos in greco vuol dire appunto “tramandare da padre in figlio i valori. I riconoscimenti positivi pubblici ottenuti specie dopo una battaglia”. E un concetto classico molto affascinante che ci ha subito entusiasmato. Le uve di questo vino provengono dalla vigna più vecchia, quella di Rinazzo. La prima annata è stata la 2018. Ricordo e tengo a mente le parole di Federico: “credeteci molto su questo territorio, perché fra qualche anno l’Etna sarà uno dei territori più importanti al mondo”. A distanza di cinque in effetti l’Etna Bianco Superiore sta ottenendo la visibilità che merita e diversi premi. Anche il nostro vino è oggetto di prestigiosi riconoscimenti. Ne siamo grati e soddisfatti.

La vostra è un’azienda “a Sud”.
Oltre Milo state scommettendo anche sulla zona di Biancavilla?

Sì, ci dedichiamo al Carricante a Milo e al Nerello Mascalese a Biancavilla, sul versante sud ovest dell’Etna. La mano di Federico Curtaz riesce a dare una marcata e vibrante sapidità ai bianchi, i quali dopo qualche anno iniziano a sprigionare note idrocarburiche che tanto lo fanno somigliare al Riesling. Questo è un grande pregio. Dalla vigna di Biancavilla, invece, abbiamo pensato a un vino rosso da Nerello Mascalese di grande finezza. Uscirà fra qualche mese l’annata 2018 e si chiamerà “Utri”
Utri in siciliano vuol dire otre. Nasce dall’idea che in passato a Milo durante la festività del santo, il mastro della festa soleva raccogliere dai contadini il vino che appunto conservava nelle “utri” in groppa a un asinello. A sua volta il vino veniva venduto per raccogliere i fondi, appunto, per festeggiare Sant’Andrea.

Come vedete l’Etna e come vi vedete voi fra dieci anni?

Vediamo l’Etna come la vedeva mio nonno, con rispetto.
Abbiamo intenzione di crescere sì, ma non vogliamo essere una multinazionale ma vogliamo continuare ad avere una impronta artigianale, e chissà magari arrivare con la nostra piccola produzione ai mercati esteri.