Federico Curtaz valdostano per nascita e di casa in Sicilia, è tra gli enologi che in questo ultimo decennio ha saputo meglio interpretare l’Etna, ottenendo vini che hanno saputo esprimere sempre di più e al meglio gli elementi peculiari dell’Etna”. Dopo aver lavorato per quindici anni con Angelo Gaja, riscuotendo i massimi riconoscimenti per i suoi vini, ha avviato da diversi anni l’attività di libero professionista diventando il punto di riferimento per le produzioni di nicchia in contesti produttivi di eccellenza.

“Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore” scriveva Cesare Pavese. Il poeta piemontese ha celebrato nei suoi versi e nei suoi racconti l’umanizzazione della terra, vedendola e narrandola attraverso l’evocazione di volti, amori, e donne in un legame poetico eterno e indissolubile.
Così anche è la celebrazione dell’umanizzazione del vino.

Il vino che diventa destino, per una personalità così pavesiana come quella di Federico Curtaz. La sua storia, la sua cultura, e la sua famiglia lo hanno reso l’interprete della vigna che è adesso: “Il vino è un destino. Quando nasci in una famiglia contadina in cui i tuoi avi e l’ambiente che vi sta intorno ruota intorno la terra tutto ciò ti convoglia in una direzione. Tutto quello che respiri, che senti intorno a te ha l’odore del vino, del lavoro che sta intorno al vino, la vita”.

Il ricordo degli anni giovanili quelli in cui si aiutava la famiglia è nitido e vibrante: “Uno dei primi ricordi è l’aceto che un mio prozio mi serviva sulle mani per togliere via il solfato di rame. Il lavoro della terra è parte del percorso, sentirsi avvolto in un ricordo, in un mondo culturale”. La cultura vede al centro la formazione professionale e il ricordo, ancora l’uomo e la sua ideologia di vino. In un momento in cui si pone l’accento sulla (presunta) naturalità di alcune produzioni e l’assoluta condanna di qualsivoglia elemento chimico la filosofia del fare di Curtaz appare più pragmatica e meno strettamente ideologica: “Adesso la chimica si è evoluta, la maneggiamo in altro modo. Come tutte le cose dell’uomo si prende e si riprende. Ognuno deve confrontarsi con la propria crescita e il proprio racconto.

Angelo Gaja

Quando ho cominciato a lavorare da Gaja a Barbaresco venivamo da un’epoca in cui la chimica era diventato un elemento importante nel mondo. Pochi decenni prima chi ha inventato il ddt contro i pidocchi ha avuto il Premio Nobel, adesso sarebbe al bando! L’ideologia deve essere uno strumento, si devono aprire gli occhi, non ci si può sedere sopra. E invece sento parlare spesso di vino a occhi chiusi.

A Barbaresco già negli anni Ottanta avevamo ridotto gli insetticidi contro i ragnetti rossi presenti nei vigneti, a favore di predatori naturali. Eppure non si parlava di vino naturale”. La sensibilità di chi sta a contatto con la natura è come quella di un poeta, di qualcuno che ha qualcosa da dire. La conoscenza del proprio mestiere, dell’enologia in questo caso, diventa parte della cultura domestica e del trasmettere un’emozione.

Continuando ancora con dei versi di Pavese suggeriti dallo stesso Federico Curtaz “La luce, l’ombra il caldo la collina la donna, trama fitta di emozioni”. Nei suoi vini rossi come quella trama tannica che si fa tessuto. Meno definizioni dunque, per andare al cuore delle cose “L’archetipo naturale è difficile da applicare una cosa che tu trasformi attraverso.

Il vino e è un prodotto dell’uomo, antropologico. Il vino è una parte del benessere proprio, culturale. Da cibo di sopravvivenza a qualcosa di più. Qualcosa di importante, di edonistico. Qualcosa che da piacere e che ti fa cercare un’emozione”. Non solo Gaja, Barbaresco e Alpi. Da tante montagne a una sola montagna.

Da un continente a un microcosmo di contenti, come quello dell’Etna e della Sicilia. Un’opportunità, quella di entrare a contatto con questo territorio, che si avvale della tecnica e dell’esperienza esaltando e rispettando ciò che era stato già scritto. L’esperienza siciliana, specie quella etnea, diventa così metafora della viaggio e della scoperta, un’Odissea, quella che in versi, racconta Curtaz, ascolta in macchina


Sul territorio etneo è come scoperchiare sempre qualcosa. Più si va a fondo e più si scopre qualcosa di meraviglioso. Come le “bamboline russe” racconta, e prosegue: “Ho appena impiantato un vigneto a Passopisciaro, e nel frattempo vedere quelle continue eruzioni è stato emozionante, un ulteriore emozione rispetto a quello che già stavo facendo”.

Una rilettura di ciò che è stato fatto sull’Etna è diventato straordinario nelle mani di uno dei più grandi interpreti outsiders del panorama vitivinicolo etneo, sia nell’esaltazione delle sfumature del Carricante sia nel cogliere quell’eleganza setosa di un Nerello Mascalese, specie del versante sud ovest del Vulcano

Vigneti sull’Etna

“Il nord ha preso prevalenza nell’idea collettiva di vini dell’Etna. Il versante sud è un po’ il west del Vulcano, ci sono ancora gli indiani ma è molto attraente, ci sono specificità uniche. Il corpo del vino viene meglio al Sud”.
A tal proposito oltre l’esperienza a Nord con Tenuta di Fessina si ricordino le grandi interpretazioni di alcune notevoli etichette di pregio come quelle, negli anni scorsi, di Masseria sette porte, Terre di Nuna, e a oggi Eredi Di Maio con i quali produce insieme l’Etna Bianco Superiore Kudos.
“I territori qui volano leggeri, ognuno ha grandi differenze e specificità, come la Borgogna. Ma attenzione a paragoni di questo genere: “è un gioco artificioso”.

Federico Curtaz è un enologo romantico. Romantico nel senso artistico letterario del termine. Esponente appartenente – anzi – alla fase precedente, allo “Sturm und drang”. L’uomo di impeto che si sconvolge di fronte l’indomabile potenza e al furore della natura. Quell’inclinazione spontanea al mondo che fa vivere con grande profondità di visione, oltre qualsivoglia convenzione. Un romantico che trova nel sublime l’equilibrio, nello sconvolgimento di un’eruzione la poesia.

“L’Etna è questa cosa qui, girarsi e capire che la poesia è inconsapevole. Intorno e dentro. Quando senti quel che vedi. Quando nei gesti che compi, sai di averci messo tutto. Forse a volte svuotato ma consapevole di te.

La Sicilia è importante per me, del vivere qualcosa del vivere profondo. In macchina ascolto l’Odissea, non posso sganciare l’emozione dal racconto della Sicilia. L’arte la bellezza, il respiro della Sicilia. Qui è come fare l’amore con la terra”.
Del resto, conclude, “l’atteggiamento che ho rispetto al vino è passionale. Come la scoperta dell’amore per la vita, della terra come una donna”.
Un parallelismo che proietta ai versi di Cesare Pavese, poeta chiave di quanto descritto, in un palcoscenico della terra come coscienza interiore.
Un richiamo a una sua poesia del 23 giugno del 1946.

Anche tu sei l’amore. Sei di sangue e di terra come gli altri. Cammini come chi non si stacca dalla porta di casa. Guardi come chi attende e non vede. Sei terra che dolora e che tace

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