Sono passati circa 150 anni da quando si è deciso di combattere la fillossera radicicola tramite l’innesto su specie americane, a seguito degli studi e dei viaggi in USA dei francesi Planchon e Viala.

Va comunque rammentato che inizialmente la lotta contro questo afide è stata condotta con iniezioni di solfuro di carbonio nel terreno. Ritornare alla viticoltura franca di piede (Vitis vinifera sulle proprie radici) può sembrare una follia, ma bisogna ricordare che nel mondo esistono ancora 2 milioni di ettari di vigneti franchi di piede, di cui 500 in Italia (soprattutto in Sardegna).

Perché ancora sussistono questi vigneti? Le ragioni sono diverse. Le piante non innestate hanno una vita plurisecolare, mentre quelle innestate durano 15-25 anni. L’affinità d’innesto fra Vitis vinifera e specie americane non è mai perfetta e in alcune specie addirittura nulla (V. rotundifolia) o insufficiente (V. Berlandieri). L’innesto è come un trapianto d’organo in campo umano, per cui se non vi è la piena compatibilità nelle viti dopo i dieci anni si verifica il rigetto; tipico al riguardo è il caso di alcuni cloni della Syrah su 99 R,110 R ed altri portinnesti (Fregoni, Révue des Œnologues,1/2021).

La qualità dei vini della vite franca di piede è facilmente riconoscibile, rispetto a quelli delle viti innestate, in quanto più raffinati, vellutati e aromatici. Ciò è dovuto alla presenza di molto legno vecchio nelle viti franche di piede. Durante gli 8000 anni in cui la Vinifera ha vissuto franca di piede si è estesa in tutto il mondo grazie alla sua resistenza alla siccità, donde l’assenza dell’irrigazione.

Al contrario diverse specie americane sono poco resistenti agli stress idrici e sono più vigorose della Vinifera, per cui aumentano la traspirazione fogliare. Insomma il nuovo individuo bimembre è una vite fisiologicamente diversa da quella non innestata.
Consuma più acqua ed è meno adatta ai cambiamenti climatici. Ripensare al ritorno della vite non innestata ē quindi un dovere scientifico, in quanto per 150 anni abbiamo smesso di riflettere sul futuro della nostra viticoltura, sempre più affetta da virosi e da nuovi parassiti che ne raccorciano il ciclo vitale, aumentando sensibilmente i costi dei reimpianti.

Viti franche sull’Etna

Certo le modalità del ritorno al franco di piede non sono ancora state identificate, ma i tempi e i progressi scientifici degli ultimi decenni consentono di affrontare il problema con uno spettro più ampio di soluzioni. La genetica anzitutto (es. genoma editing) potrebbe selezionare una Vitis vinifera resistente alla fillossera prendendo i geni nelle specie americane.

Questa nuova Vinifera potrebbe essere utilizzata come portinnesto, più affine, longevo, di minor vigore e resistente alla siccità. Non è invece proponibile la modifica di 10.000 genomi delle varietà di Vinifera da coltivare franche di piede.
Anche le Vitis silvestris sono franche di piede e in certi suoli durano secoli, ma nel loro genoma non si riscontrano geni di resistenza alla fillossera e pertanto questa via seminale non è percorribile. Si potrebbe invece pensare a costituire un portinnesto americano molto affine e con i geni della Vitis vinifera, di scarso vigore e resistente alla siccità, ma si tratta di un progetto complesso.

La lotta biologica alla fillossera è invece un’alternativa conseguibile, poiché insetti predatori, batteri e funghi antagonisti, sono già realtà su altre piante. La lotta chimica è altresì da considerare plausibile, come nel caso dei nematodi radicali di alcune orticole alimentari, che vengono da anni combattuti con pesticidi biodegradabili. La farmacopea moderna oggi ha molte prospettive bio-compatibili. L’impianto di vigneti franchi di piede ad altissima densità potrebbe consentire di sopportare una mortalità elevata, comunque evitabile con l’associazione della lotta chimica biodegradabile contro la fillossera radicicola.

Molti dimenticano che la viticoltura franca di piede è una realtà nei terreni sabbiosi, nei suoli di origine vulcanica, e nei terreni acidi. Analogamente si piantano migliaia di ettari di vigneti nelle zone ad inverno molto freddo, ossia orientativamente a latitudini superiori a 50 gradi di latitudine nord e superiori a 40 gradi di latitudine nell’emisfero sud.

Pensare ad una strategia di propagazione della vite diversa da quella vigente in tutto il mondo, orientata alla lotta alla fillossera, richiede conoscenze e ricerche (inesistenti), ma anche il coraggio scientifico di affrontare il problema, sia pure in un contesto assai diverso da quello di 150 anni fa. Allora si è salvata la viticoltura con l’innesto, ma attualmente la scienza consente di ipotizzare soluzioni moderne e sostenibili anche sotto il profilo ambientale.

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