Lucia Letrari è espressione della storia gloriosa della viticoltura trentina, una famiglia che della vite ha fatto uno stile di vita. Un rapporto e un legame con il territorio forte e dinamico che sulla base di intuizioni enologiche e scelte imprenditoriali coraggiose, ha consentito di scrivere una pagina importante della storia del Trentodoc rispettandone le specificità del territorio.

Una comunità capace di faticare trovando negli spumanti un riscatto culturale oltre che produttivo ed economico, grazie allo spirito e all’anima dell’autenticità montanara. La famiglia Letrari sugli insegnamenti del capostipite Leonello ha improntato una stagione importante per l’economia del vino in Trentino e grazie alla caparbietà e determinazione, ha unito il rispetto della tradizione con la voglia d’innovazione.

Oggi Lucia, a cui sono affidate le maggiori responsabilità dell’azienda, è la degna erede di questa grande tradizione. L’abbiamo intervistata per conoscere dettagli, particolari e prospettive della sua azienda vitivinicola e del Trentodoc.

Leonello Letrari

Ci racconti come riesci a coniugare la visione moderna della tua gestione aziendale con la tradizione e la passione familiare che ti ha trasferito tuo padre che è stato tra i maggiori protagonisti del metodo classico?

La tradizione è parte integrante della mia personalità professionale, io sono nata in azienda quindi ritengo di avere nel Dna questo patrimonio culturale, la modernità invece proviene dagli studi che ho fatto, vero che ho ereditato anche una grande passione da papà Leonello, ma è pur vero che gli studi di enologia mi hanno consentito di applicare processi d’innovazione anche se, ad onor del vero, nel mondo del vino, difficilmente si riesce a realizzare qualcosa di completamente nuovo.

In che modo l’innovazione e la tradizione interagiscono per la produzione dei vostri spumanti Trentodoc?

Lo studio è una componente fondamentale, infatti il metodo classico e il Trentodoc sono la sintesi di studio e dall’esperienza, per cui se vogliamo è un vino tecnico che non utilizza la tecnologia ma ha necessità di essere creato dalla mano sapiente dell’uomo. Noi prendiamo le basi di un vino e dobbiamo creare un altro che sarà pronto possibilmente in un arco di tempo dai due ai 15 anni. Questo richiede assoluta competenza per capire dove, cosa e come vuoi realizzare quel determinato vino. La grande fortuna della nostra azienda, è avere avuto mio padre che era enologo come me che ha vissuto l’evoluzione del mondo enologico fin dagli anni’50 e per questo mi ritengo fortunata perché mi ha trasferito delle esperienze uniche che si sono unite alle innovazioni che io ho apportato

Le tenute

Come si declina la nuova stagione della sostenibilità ambientale nella vostra strategia aziendale?

La viticultura sostenibile ha un significato ben specifico, che deve essere slegato dal marketing, noi dobbiamo realizzare dei vini naturali, biologici, di lotta integrata diffusa, espressioni di un territorio sano e salubre in tutti gli aspetti. La mia azienda punta e sta puntando sulla sostenibilità in tanti punti di vista per quanto riguarda la campagna dai diserbi, dall’utilizzo in azienda di fonti rinnovabili o naturali o nel vino fermo con l’alleggerimento del vetro e quindi un minor consumo che purtroppo non possiamo fare nella spumantizzazione perché necessità lo spessore.

Qual è stato il vostro approccio al Trentodoc e a tuo parere da esperta enologa, la specificità della viticultura di montagna quale valore aggiunto apporta alla qualità dello spumante Trento Doc?

La nostra azienda sin dall’inizio della sua attività si è associata all’Istituto Trentodoc, intravedendo, da subito, le potenzialità di questo strumento per la valorizzazione della viticoltura trentina. Una ricerca universitaria ha riscontrato un Dna della bollicina di montagna, questo ci consente di affermare che i nostri spumanti Trentodoc sono riconoscibili ed hanno un timbro unico. Le caratteristiche della montagna ci permette di avere anche diverse connotazioni dei vari terreni che in una valle di 50km di lunghezza con esposizioni microclimi, quote, suoli diversi ti permettono di avere delle particolarità e specificità. In una dimensione spaziale di 15 km si possono trovare dai limoni agli ulivi e i vitigni internazionali, in questo contesto si adattano benissimo da noi, sia lo Chardonnay che il pinot nero.

La cantina

Infine ci parli della tua Cantina, dell’effetto Covid sulla produzione e vendita e soprattutto delle prospettive nel futuro prossimo?

La produzione di Trentodoc della nostra cantina assomma a 90 mila bottiglie, quella di vino fermo 45 mila bottiglie. L’effetto Covid si è fatto sentire sulla riduzione della vendita e quindi sull’uscita del prodotto ma la produzione è rimasta intatta e costante dal momento che disponiamo di una filiera completa, dal vigneto alla bottiglia. Quest’anno siamo riusciti a vinificare al massimo delle nostre potenzialità rispetto al 2019, la vendemmia è stata nella norma, pensando al futuro siamo andati su una produzione che supera i 6o mesi, l’unico problema è lo spazio in cantina. Prevalentemente, abbiamo un mercato italiano, l’export copre un 15% totalmente europeo, generalmente il consumo del Trentodoc è limitato al territorio nazionale, anche altre aziende non riesco a raggiungere dei numeri alti che invece ti consentono altri prodotti. L’obiettivo sarà di posizionare al meglio le nostre bottiglie, abbiamo rinnovato dei vigneti ma non abbiamo in programma di acquisirne nuovi, però stiamo valutando come Trentodoc di avviare dei percorsi di comunicazione nei mercati americani ed europei per raccontare il nostri vini e il nostro territorio.

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